Marginalia

Intorno al libro

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Giovanni Lussu, “Miele dalla rupe: considerazioni di un grafico indolente”

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[…] “3. A guardarsi intorno, si tenderebbe a catalogare la grafica corrente, la grafica delle cose facili, in due grandi depositi: da una parte le cose delle quali, se non ci fossero i grafici a farle, non si sentirebbe alcun bisogno; *4 e dall’altra quelle che potrebbero fare tutti (tutti quelli, ovviamente, interessati a farle). *5

*5 I libri! Ci sono due osservazioni da fare. La prima è che, con investimenti di tempo limitati, i redattori delle case editrici potrebbero magnificamente svolgere, con maggiore consapevolezza, le mansioni per le quali ci si rivolge ai grafici. La seconda riguarda la febbrile accelerazione che si è prodotta negli ultimi anni nel mercato librario, progressivamente arrivato a essere come tutti gli altri, da quell’isola plurisecolarmente privilegiata che era; le copertine sono quindi diventate normale packaging, come per i detersivi o i surgelati. La mercificazione spinta del libro, inoltre, implica lo strapotere dei marketing men (e women) delle reti distributive, i cui limiti e pregiudizi determinano inappellabilmente ogni scelta. Ma una terza osservazione è quella cruciale: se il potenziale lettore non è analfabeta (il che sarebbe un bel paradosso), basterebbero, ben visibili, nome dell’autore, titolo ed editore, e in quarta o sulle bandelle le informazioni essenziali. Gran parte delle copertine, anche belle copertine con bellissime illustrazioni, ha poco a che fare con quello che c’è scritto dentro, perché chi le produce raramente ha modo di leggerlo. E anche se lo leggesse (e lo capisse), ci si può chiedere perché sovrapporre un’altra interpretazione a quella del lettore, che rischia di esserne indebitamente fuorviato.

Un caso paradigmatico è quello del Giovane Holden (The Catcher in the Rye, 1951) di J.D. Salinger, pubblicato in italiano nel 1961 da Einaudi, dopo una prima apparizione nel 1952 per l’editore Gherardo Casini, Roma. La copertina Einaudi riportava un disegno di Ben Shahn, molto bello (1) Mi sono ritrovato a leggere il libro in quell’edizione, e la mia psiche adolescenziale è rimasta indelebilmente segnata dall’associazione tra Salinger e Ben Shahn. Ma in realtà tra i due non c’è alcun rapporto, e il superciliato bambino col gelato non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con il diciassettenne Holden Caulfield, il protagonista del romanzo (siamo forse vicini alla truffa, o perlomeno alla circonvenzione di incapace, che oggi potrebbe essere perseguita tramite class action alla Erin Brockovich da parte delle centinaia di migliaia di lettori?). A Salinger infatti la copertina non piacque e intimò, tramite agenti o legali, che fosse cambiata. Einaudi, per andare sul sicuro, nella successiva edizione lasciò un semplice quadrato azzurro, classicamente munariano (2). A Salinger non piacque neanche questo, e di nuovo intimò che fosse cambiato. Allora Einaudi, esasperata, uscì con un quadrato listato a lutto (3), che esprimeva il supremo dolore dell’aniconicità, a suo tempo promossa da Leone III Isaurico, il terribile iconoclasta che nella prima metà dell’VIII secolo proscrisse tutte le immagini religiose e ne prescrisse la distruzione. Ora la copertina ha solo le indicazioni tipografiche su fondo bianco. (4)

(1)      (2)      (3)       (4)

Esemplare, piaccia o non piaccia, è poi il caso della grafica senza grafici di Adelphi. Roberto Calasso, rievocando la storia della casa editrice, così scriveva ( In copertina metteremo un Beardsley, la Repubblica, 28 dicembre 2006): “Scelto il nome della collana [Biblioteca Adelphi], bisognava ora inventarne l’aspetto. Concordammo subito su che cosa volevamo evitare: il bianco e i grafici. Il bianco perché era il punto di forza della grafica Einaudi, la più bella allora in circolazione – e non solo in Italia. (leggi la continua dell’articolo qui)

[…] Di Adelphi va anche ricordata, anche questa certamente non dovuta ad alcun designer, e anche questa pensata presumibilmente per differenziarsi dal Garamond Simoncini di Einaudi, la scelta della composizione in Baskerville, che ne ha fatto per anni la casa editrice italiana di gran lunga più leggibile.”

(Tratto da Progetto Grafico, Numero 21, Edizioni Aiap, Milano, Luglio 2012; pagg. 20-21)

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GraphicDesign& – Page 1: Great Expectations (2012)

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Page 1: Great Expectations è un inusuale esperimento tipografico pensato per esplorare le relazioni tra grafica, tipografia e la lettura di una pagina. Prodotto per coinvolgere i curiosi letterari, Page 1: Great Expectations raccoglie le risposte di 70 graphic designers internazionali a cui è stato affidato lo stesso brief iniziale: progettare e impaginare la prima pagina del romanzo Great Expectations di Charles Dickens, un testo in parte scelto perché si riferisce direttamente al lettering in quanto Pip cerca indizi sulla propria famiglia a partire dalla forma delle lettere inscritte sulle lapidi dei suoi familiari. Il brief ha incoraggiato i 70 designer a esplorare, sfidare o celebrare le convenzioni della tipografia libraria. Ogni layout è accompagnato da una piccola spiegazione razionale delle scelte progettuali del designer. Page 1 non è solo un libro per graphic designer, rivela il potere della tipografia di influenzare e condurre il modo con cui tutti noi interpretiamo un testo.

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Written by francesca depalma

maggio 8, 2012 at 11:46 am

Video: “Birth of a Book” by Glen Milner

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Birth of a Book from Glen Milner on Vimeo.

A short vignette of a book being created using traditional printing methods.

For the Daily Telegraph. Shot at Smith-Settle Printers, Leeds, England. The book being printed is Suzanne St Albans’ ‘Mango and Mimosa’ published as part of the Slightly Foxed series.

Shot, Directed & Edited by Glen Milner

Ulises Carriòn, “The New Art Of Making Books” (1975)

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Cos’è un libro

Un libro è una sequenza di spazi.
Ognuno di questi spazi è percepito in un diverso momento: il libro è anche una sequenza di momenti.
Un libro non è un contenitore di parole, e nemmeno un sacco di parole, e neanche un portatore di parole.
Uno scrittore, contrariamente all’opinione popolare, non scrive libri. Uno scrittore scrive testi.
Il fatto che un testo sia contenuto in un libro, deriva solo dalle dimensioni di un certo testo; o, nel caso di una serie di testi brevi (poesie, per esempio), dal loro numero.
Un testo letterario (prosa) contenuto in un libro ignora il fatto che il libro sia una sequenza spazio-tempo autonoma.
Una serie di testi più o meno brevi (poesie o altro) distribuita attraverso un libro seguendo un ordine non particolare rivela la natura sequenziale del libro.
La rivela, o forse la sfrutta; ma non l’incorpora, non la assimila.
Il linguaggio scritto è una sequenza di segni che si espandono nello spazio; la lettura dei quali avviene in un certo tempo.
Il libro è una sequenza spazio-temporale.
I libri esistono originariamente come contenitori di testo (letterario). Ma i libri, visti come realtà autonome, possono contenere qualsiasi linguaggio (scritto), non solo linguaggio letterario, o anche un qualsiasi sistema di segni. Tra i vari tipi di linguaggi, il linguaggio letterario (la prosa e la poesia) non è quello che meglio si adatta alla natura dei libri.
Un libro può essere il contenitore accidentale di un testo, la cui struttura è irrilevante per il libro: questi sono i libri nelle librerie e nelle biblioteche.
Un libro può anche esistere in forma autonoma e autosufficiente, includendo forse un testo che enfatizzi tale forma, un testo che sia parte organica di quella forma: qui inizia la nuova arte del fare libri.
Nella vecchia arte lo scrittore si giudica come non responsabile del libro reale. Lui scrive il testo. Il resto è fatto dai servitori, dagli artigiani, dagli operai, gli altri. Nella nuova arte del fare libri scrivere il libro è solo il primo anello nella catena che va dallo scrittore al lettore. Nella nuova arte lo scrittore si assume la responsabilità dell’intero processo.
Nella vecchia arte lo scrittore scrive testi. Nella nuova arte lo scrittore fa libri.
Fare un libro è attualizzare la sua ideale sequenzialità spazio-temporale attraverso mezzi di creazione di una sequenza parallela di segni, che siano linguistici o di altro tipo. Leggi il seguito di questo post »

Louis-Sébastien Mercier, “L’an 2440, Rêve s’il en fut jamais” (1771)

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restif de la bretonne

Nel filone della letteratura futuristica e utopica, fu una svolta. Non più contemporanea e lontana nello spazio, isolata in qualche luogo di fantasia, è la città ideale, dove l’uomo vive all’interno di una società perfetta. È nel futuro che si realizzerà il vero progresso dell’umanità, è nei secoli a venire che il mondo sarà un luogo migliore, più libero e giusto. O almeno è così che ci racconta Louis-Sébastien Mercier, nel primo romanzo che possiamo definire ‘ucronico’ (ambientato in un tempo che ancora non esiste), permeato dallo spirito illuminista del suo tempo.

L’an deux mille quatre-vingt quarante, Rêve s’il en fut jamais fu pubblicato per la prima volta nel 1771. Il romanzo narra di un gentiluomo parigino che, dopo aver passato una serata a discutere con un suo amico inglese delle tare e dei problemi della società francese del tempo, cade in un sonno profondo, risvegliandosi 700 anni dopo nella Parigi del futuro, di cui inizia a narrarci le novità. Fra tutte, il nostro protagonista ci narra il suo sbigottimento davanti alla biblioteca reale, luogo custode ai suoi tempi di migliaia di volumi, e nel 2440 ridotto a pochi volumi contenuti in quattro armadi, ospitati in un’enorme galleria ora totalmente vuota.

È possibile conservare tutta la conoscenza umana accumulata fin’ora in forma cartacea per i futuri abitanti della Terra? Cosa resterà dei nostri scritti e degi testi dei nostri predecessori? Quale sarà il criterio per salvare o condannare all’eterno oblio idee, pensieri, storie? Mercier, con la sua visione illuministica, ci accompagna in queste riflessioni.  Leggi il seguito di questo post »

Written by francesca depalma

ottobre 3, 2011 at 5:37 pm

Restif de la Bretonne, “Les Nuits de Paris” (1793)

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restif de la bretonne Restif de La Bretonne, pseudonimo di Nicolas-Edme Retif, visse nella Parigi della Rivoluzione Francese. Dopo i primi studi religiosi, la sua indole da ribelle e donnaiolo portò i suoi genitori a indirizzarlo verso un altro tipo di carriera: divenne così operaio tipografo presso uno stampatore. Scrisse soprattutto della sua città, di Parigi, dei suoi abitanti, dei loro vizi, di tutto ciò che poteva osservare nelle strade della Parigi rivoluzionaria.

Fra le sue varie opere,  Les Nuits de Paris (1793) è una delle più interessanti: primo (forse) esempio di libro scritto e stampato in diretta, velocemente, di notte, su qualsiasi supporto a portata di mano, per riuscire a correre dietro alla Storia. Ecco quel che Jean-Claude Carrière ci racconta a tal proposito nel libro-dialogo con Umberto Eco Non sperate di liberarvi dei libri (Bompiani, 2009):

Do un esempio del modo in cui anche un libro può seguire il movimento della Storia da vicino, piegandosi al suo ritmo. Per scrivere Le notti di Parigi, Restif de la Bretonne cammina per la capitale e descrive semplicemente ciò che vede. Ne è stato davvero testimone? I commentatori ne discutono. Restif era noto per essere un visionario, che arricchiva spesso con l’immaginazione il mondo che invece presentava come reale. […] Gli ultimi due volumi delle Notti di Parigi vengono scritti sotto la Rivoluzione. Restif non solo scrive il suo racconto di notte, ma lo rivede e lo stampa al mattino, con un torchio, nel sottosuolo. E poiché in un periodo così problematico non riesce a procurarsi la carta, raccoglie nelle strade, durante le sue passeggiate, dei manifesti e dei volantini, che fa bollire per ottenere così una pasta, seppur di pessima qualità. La carta degli ultimi due volumi, quindi, non è per niente simile a quella dei primi. Altra caratteristica del suo lavoro è la stampa in forma abbreviata, perché non ha tempo. Mette “Riv.”, ad esempio, per dire “Rivoluzione”. È stupefacente. Il libro stesso testimonia la fretta di un uomo che vuole ad ogni costo coprire l’evento, andare tanto veloce quanto la Storia.[…]La sfida di Restif, di un libro-reportage, un “libro in diretta”, mi sembra unica.

Written by francesca depalma

luglio 3, 2011 at 9:15 am

James Bridle, “Encoded Experiences”

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Books are changing, and the nature of reading, what we take away from it, is changing too. Books used to be physically malleable things that we marked, physically, with our experiences: dog-earing them, underlining them, highlighting, and copying out. But the books will not be physical for very much longer.

The great misunderstanding of digitization is to believe that it is only the content and the appearance that matters. That, to reproduce the experience of the book, we needed to make a screen that looked like a page, that turned like a page, that contained words. And the reason that we’ve had difficulty for so long with the notion of eBooks is that that is not all that books are.

Books are journeys, and encoded experiences. The writer has spent months, perhaps years, producing this work out of themselves. That devastating last line of James Joyce’s Ulysses: ‘Trieste – Zurich – Paris 1914 – 1921.’ And the book is the medium of transmission of that experience, so that the reader, too, can experience it, and go on their own journey.

The books are subliming, they are going up into the air, and what will remain of them is our experiences. That experience is encoded in marginalia, in memory, and in data, and it will be shared because we are all connected now, and because sharing is a form of communal prosthetic memory.
When Walter Benjamin wrote that ‘what shrinks in an age where the work of art can be reproduced by technological means is its aura’, he was assuming that the aura diffused, that it was lost to the other reproductions. But digital technologies do not just disseminate, they recombine, and in this reunification of our reading experiences is the future of the book.

[Originally published on I Read Where I Am]

Written by Silvio Lorusso

luglio 1, 2011 at 7:21 pm

Pubblicato su ebook, libro tradizionale

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