Marginalia

Intorno al libro

Socrate e il mito di Theuth

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Socrate – YouTube.

dal film Socrate, regia di Roberto Rossellini (1970)
[min. 2:00]

Platone, Fedro, 274b-275c

Written by francesca depalma

marzo 23, 2012 at 11:16 pm

Pubblicato su libro tradizionale

Ulises Carriòn, “The New Art Of Making Books” (1975)

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Cos’è un libro

Un libro è una sequenza di spazi.
Ognuno di questi spazi è percepito in un diverso momento: il libro è anche una sequenza di momenti.
Un libro non è un contenitore di parole, e nemmeno un sacco di parole, e neanche un portatore di parole.
Uno scrittore, contrariamente all’opinione popolare, non scrive libri. Uno scrittore scrive testi.
Il fatto che un testo sia contenuto in un libro, deriva solo dalle dimensioni di un certo testo; o, nel caso di una serie di testi brevi (poesie, per esempio), dal loro numero.
Un testo letterario (prosa) contenuto in un libro ignora il fatto che il libro sia una sequenza spazio-tempo autonoma.
Una serie di testi più o meno brevi (poesie o altro) distribuita attraverso un libro seguendo un ordine non particolare rivela la natura sequenziale del libro.
La rivela, o forse la sfrutta; ma non l’incorpora, non la assimila.
Il linguaggio scritto è una sequenza di segni che si espandono nello spazio; la lettura dei quali avviene in un certo tempo.
Il libro è una sequenza spazio-temporale.
I libri esistono originariamente come contenitori di testo (letterario). Ma i libri, visti come realtà autonome, possono contenere qualsiasi linguaggio (scritto), non solo linguaggio letterario, o anche un qualsiasi sistema di segni. Tra i vari tipi di linguaggi, il linguaggio letterario (la prosa e la poesia) non è quello che meglio si adatta alla natura dei libri.
Un libro può essere il contenitore accidentale di un testo, la cui struttura è irrilevante per il libro: questi sono i libri nelle librerie e nelle biblioteche.
Un libro può anche esistere in forma autonoma e autosufficiente, includendo forse un testo che enfatizzi tale forma, un testo che sia parte organica di quella forma: qui inizia la nuova arte del fare libri.
Nella vecchia arte lo scrittore si giudica come non responsabile del libro reale. Lui scrive il testo. Il resto è fatto dai servitori, dagli artigiani, dagli operai, gli altri. Nella nuova arte del fare libri scrivere il libro è solo il primo anello nella catena che va dallo scrittore al lettore. Nella nuova arte lo scrittore si assume la responsabilità dell’intero processo.
Nella vecchia arte lo scrittore scrive testi. Nella nuova arte lo scrittore fa libri.
Fare un libro è attualizzare la sua ideale sequenzialità spazio-temporale attraverso mezzi di creazione di una sequenza parallela di segni, che siano linguistici o di altro tipo. Leggi il seguito di questo post »

El Lisitskij, “Il nostro libro” (1926)

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Ogni invenzione in arte è unica, non ha sviluppo. Intorno all’invenzione con il tempo crescono diverse variazioni sullo stesso tema, talvolta più acute, talaltra più piatte; ma raramente viene raggiunta la primitiva forza. Così si procede, finché l’azione dell’opera d’arte per il lungo uso diventa automatica e meccanica, è maturo il tempo per una nuova invenzione. La cosiddetta “tecnica” è inscindibile dalla cosiddetta “artisticità”, e perciò noi non abbiamo intenzione di liberarci dalle importanti connessioni con un paio di frasi fatte.

In ogni caso Gutenberg, l’inventore del sistema dei caratteri mobili, ha stampato con questi mezzi alcuni libri che restano capolavori d’arte libraria. Quindi sono venuti alcuni secoli senza invenzioni fondamentali (fino alla fotografia) nel nostro settore. Nell’arte libraria non troviamo variazioni più o meno virtuosistiche, accompagnate dal perfezionamento tecnico delle attrezzature. […]

È da miopi pensare che solo la macchina, cioè la sostituzione dei processi manuali con processi meccanici, è importante nel mutamento di apparenza e forma delle cose. In primo luogo il mutamento è determinato con le sue esigenze dal consumatore, vale a dire dallo strato sociale che dà “l’incarico”. Oggi non si tratta più di una cerchia ristretta, di uno scarso strato superiore, ma di “tutti”, della massa.

L’idea che oggi muove la massa si chiama materialismo, ma ciò che caratterizza l’epoca è la dematerializzazione. […]  Il materiale si riduce, noi dematerializziamo, sostituiamo inerti masse di materiale con energie in tensione. Questo è il segno della nostra epoca.  Leggi il seguito di questo post »

Written by francesca depalma

marzo 22, 2012 at 2:01 pm

El Lisitskij, “Topografia nella tipografia” (1923)

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1. Le parole del foglio stampato vengono guardate, non udite.

2. Per mezzo di parole convenzionali si comunicano concetti, il concetto dev’essere configurato per mezzo di lettere.

3. Economia dell’espressione: ottica invece che fonetica.

4. La configurazione dello spazio del libro per mezzo del materiale compositivo secondo le leggi della meccanica tipografica deve corrispondere alle tensioni di trazione e di pressione del contenuto.

5. La configurazione dello spazio del libro per mezzo del materiale dei cliché che realizzano la nuova ottica. La realtà supernaturalistica dell’occhio perfezionato.

6. La sequenza continua delle pagine: il libro bioscopico.

7. Il libro nuovo esige uno scrittore nuovo. Calamaio e penna d’oca sono morti.

8. Il foglio stampato supera spazio e tempo. Il foglio stampato, l’infinità dei libri, devono essere superati. La ELETTROBIBLIOTECA.

(da Merz, n. 4, luglio 1923 – pag. 47; traduzione da El Lisitskij : pittore, architetto, tipografo, fotografo : ricordi, lettere, scritti / a cura di Sophie Lisitskij-Küppers, 1992)

Written by francesca depalma

marzo 22, 2012 at 1:18 pm

Google Ngram Viewer: what we could learn from 5 million books

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“Have you played with Google Labs’ Ngram Viewer? It’s an addicting tool that lets you search for words and ideas in a database of 5 million books from across centuries. Erez Lieberman Aiden and Jean-Baptiste Michel show us how it works, and a few of the surprising things we can learn from 500 billion words.”

let’s try google ngram viewer: this is the result searching for “future of books”.
(via www.ted.com/)

Written by francesca depalma

novembre 17, 2011 at 3:09 pm

Louis-Sébastien Mercier, “L’an 2440, Rêve s’il en fut jamais” (1771)

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restif de la bretonne

Nel filone della letteratura futuristica e utopica, fu una svolta. Non più contemporanea e lontana nello spazio, isolata in qualche luogo di fantasia, è la città ideale, dove l’uomo vive all’interno di una società perfetta. È nel futuro che si realizzerà il vero progresso dell’umanità, è nei secoli a venire che il mondo sarà un luogo migliore, più libero e giusto. O almeno è così che ci racconta Louis-Sébastien Mercier, nel primo romanzo che possiamo definire ‘ucronico’ (ambientato in un tempo che ancora non esiste), permeato dallo spirito illuminista del suo tempo.

L’an deux mille quatre-vingt quarante, Rêve s’il en fut jamais fu pubblicato per la prima volta nel 1771. Il romanzo narra di un gentiluomo parigino che, dopo aver passato una serata a discutere con un suo amico inglese delle tare e dei problemi della società francese del tempo, cade in un sonno profondo, risvegliandosi 700 anni dopo nella Parigi del futuro, di cui inizia a narrarci le novità. Fra tutte, il nostro protagonista ci narra il suo sbigottimento davanti alla biblioteca reale, luogo custode ai suoi tempi di migliaia di volumi, e nel 2440 ridotto a pochi volumi contenuti in quattro armadi, ospitati in un’enorme galleria ora totalmente vuota.

È possibile conservare tutta la conoscenza umana accumulata fin’ora in forma cartacea per i futuri abitanti della Terra? Cosa resterà dei nostri scritti e degi testi dei nostri predecessori? Quale sarà il criterio per salvare o condannare all’eterno oblio idee, pensieri, storie? Mercier, con la sua visione illuministica, ci accompagna in queste riflessioni.  Leggi il seguito di questo post »

Written by francesca depalma

ottobre 3, 2011 at 5:37 pm

Bettino da Trezzo, “Elogio della stampa” (XV secolo)

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Li stampatori da la nuova forma
trovata per far libri in abondantia
mertan per tutt’el mondo nominancia
et gloria et fructo cum notabel norma,
perciò che pel suo mezo se pon fare
letrate et docte tutte le persone
ch’an intellecto, cum le mente prone
al studio, et tamen io li tomare.
Se tien che l’inventor fosse alamano,
ma come l’arte fo sparsa in Italia
cotanto crebbe ch’anchora la Galia
fructo ne sente et più sotil Milano.

Written by francesca depalma

agosto 3, 2011 at 10:39 am

Jan Tschichold, “Arti grafiche e progettazione del libro” (1958)

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Il lavoro del progettista di libri differisce in modo sostanziale da quello del grafico.
Mentre quest’ultimo è costantemente alla ricerca di nuovi modi espressivi, guidato quantomeno dal desiderio di affermare uno “stile personale”, il progettista di libri deve essere servitore leale e sensibile della parola scritta.
È suo compito creare una presentazione congegnata in modo tale che la forma non metta mai in ombra né opprima il contenuto. Il lavoro del grafico deve andare incontro alle necessità del giorno e raramente, se non in qualche collezione, ha lunga vita, a differenza del libro che invece si suppone nato per durare. Scopo del grafico è l’espressione di sé, mentre il progettista di libri responsabile, conscio dei suoi doveri, si spoglia di tale ambizione. Progettare libri non è, pertanto, campo d’azione di chi voglia “imprimere il proprio sigillo all’espressione del presente” o creare qualcosa di “nuovo”. In senso stretto non vi può essere nulla di nuovo nella tipografia dei libri. Nel corso dei secoli sono stati elaborati metodi e regole ai quali non è possibile aggiungere alcun miglioramento: ampiamente dimenticati negli ultimi cento anni, oggi essi devono venir riportati in vita e applicati da chiunque intenda produrre libri perfetti. L’obiettivo di chi progetta un libro deve essere la perfezione, ossia trovare la rappresentazione tipografica perfetta per il contenuto del libro a cui si lavora. Essere “nuovo” e sorprendente è lo scopo della grafica pubblicitaria.

La tipografia dei libri non deve reclamizzare: chi assorbe elementi della grafica pubblicitaria, abusa del testo, obbligandolo a servire la vanità di un grafico incapace di tener fede al suo dovere in quanto semplice attendente. Ciò non significa che il lavoro del progettista di libri debba essere incolore e privo di espressione, né che un libro creato anonimamente in una bottega non possa essere bello. Grazie al lavoro di Stanley Morison, eminente artista della Monotype Corporation di Londra, il numero di pubblicazioni di alta qualità è notevolmente aumentato negli ultimi 25 anni. Scegliere un carattere assolutamente in accordo con il testo, disegnare una pagina perfetta con margini in armonia, ideale in quanto a leggibilità, con una spaziatura cristallina fra lettere e parole; scegliere una scala di corpi ritmicamente corretta per titoli e titoli correnti; comporre aperture di capitoli autenticamente belle, aggraziate e in armonia con la pagina di testo: in questo modo il progettista di libri può contribuire molto all’apprezzamento di un’importante opera letteraria. Se, invece, egli scegliesse un carattere alla moda, magari un lineare o uno dei caratteri tedeschi “d’autore”, non sempre brutti ma di solito troppo pesanti per un libro, in questo caso trasformerebbe il libro in un oggetto di moda. Il che ben si adatta a prodotti destinati a vita breve, ma è fuori luogo quando il libro ha una sua intrinseca importanza. Più il libro è importante, minore è lo spazio che il grafico può riservare per sé al fine di documentare attraverso il proprio “stile” il fatto che lui e non altri ha progettato quel libro. Non c’è dubbio che opere sull’architettura o sulla pittura contemporanee possano derivare il loro stile tipografico dalla grafica coeva, ma si tratta di rarissime eccezioni. Anche in un libro su Paul Klee, per esempio, non mi sembra corretto usare un ordinario carattere lineare o industriale, poché la povertà espressiva di tale carattere umilierebbe la finezza del pittore. E comporre il testo di un filosofo o di un poeta classico con quel carattere, solo apparentemente moderno, è fuori discussione. Gli artisti del libro devono celare completamente la propria personalità. Devono soprattutto possedere una comprensione matura della letteratura ed essere capaci di valutare l’eventuale importanza di un testo rispetto ad un altro. Quanti ragionano in termini puramente visivi e non abbiano interessi letterari sono inadatti al disegno dei libri, poiché difficilmente sono capaci di comprendere che le loro creazioni “artistiche” dimostrano mancanza di rispetto verso la letteratura che dovrebbero servire.

L’autentica arte del libro, quindi, è soltanto una questione di tocco e di ritmo, e sgorga da una qualità oggi sottovalutata, il buon gusto. Il buon progettista di libri ambisce alla perfezione, e ogni creazione perfetta lambisce la banalità e viene spesso scambiata per tale da chi manca di sensibilità. In un’epoca affamata di novità tangibili, la semplice perfezione non è capace di autopromuoversi. Un libro davvero ben progettato è riconoscibile in quanto tale soltanto da pochi eletti. La grande maggioranza dei lettori ne percepisce soltanto in modo vago l’eccezionale qualità. Anche dall’esterno un libro davvero bello non può rappresentare qualcosa di nuovo, deve invece configurarsi come semplice perfezione.
Soltanto la sovraccoperta offre l’opportunità di dare libero sfogo alla fantasia formale. Non è certamente un errore cercare una corrispondenza tra la tipografia della sovraccoperta e quella del libro, poiché la prima è innanzitutto un piccolo manifesto che serve a catturare l’attenzione; qui sono permesse molte soluzioni che all’interno del libro sarebbero inopportune. È un peccato che la copertina, autentico abito del libro, sia così spesso trascurata in favore delle sovraccoperte multicolori. Forse per questa ragione molti han preso la cattiva abitudine di collocare i libri sugli scaffali con la sovraccoperta. Potrei capirlo se la copertina fosse mal progettata o addirittura brutta, ma, di regola, le sovraccoperte sono fatte per il cestino della carta straccia, come le scatole di sigari vuote. Nel libro, tuttavia, massimo dovere del progettista responsabile è quello di spogliarsi dell’ambizione di esprimere se stesso. Egli non è padrone del testo, bensì il suo umile servitore.

Da: Jan Tschichold, La forma del libro, 1975

Written by francesca depalma

luglio 16, 2011 at 10:32 am

Restif de la Bretonne, “Les Nuits de Paris” (1793)

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restif de la bretonne Restif de La Bretonne, pseudonimo di Nicolas-Edme Retif, visse nella Parigi della Rivoluzione Francese. Dopo i primi studi religiosi, la sua indole da ribelle e donnaiolo portò i suoi genitori a indirizzarlo verso un altro tipo di carriera: divenne così operaio tipografo presso uno stampatore. Scrisse soprattutto della sua città, di Parigi, dei suoi abitanti, dei loro vizi, di tutto ciò che poteva osservare nelle strade della Parigi rivoluzionaria.

Fra le sue varie opere,  Les Nuits de Paris (1793) è una delle più interessanti: primo (forse) esempio di libro scritto e stampato in diretta, velocemente, di notte, su qualsiasi supporto a portata di mano, per riuscire a correre dietro alla Storia. Ecco quel che Jean-Claude Carrière ci racconta a tal proposito nel libro-dialogo con Umberto Eco Non sperate di liberarvi dei libri (Bompiani, 2009):

Do un esempio del modo in cui anche un libro può seguire il movimento della Storia da vicino, piegandosi al suo ritmo. Per scrivere Le notti di Parigi, Restif de la Bretonne cammina per la capitale e descrive semplicemente ciò che vede. Ne è stato davvero testimone? I commentatori ne discutono. Restif era noto per essere un visionario, che arricchiva spesso con l’immaginazione il mondo che invece presentava come reale. […] Gli ultimi due volumi delle Notti di Parigi vengono scritti sotto la Rivoluzione. Restif non solo scrive il suo racconto di notte, ma lo rivede e lo stampa al mattino, con un torchio, nel sottosuolo. E poiché in un periodo così problematico non riesce a procurarsi la carta, raccoglie nelle strade, durante le sue passeggiate, dei manifesti e dei volantini, che fa bollire per ottenere così una pasta, seppur di pessima qualità. La carta degli ultimi due volumi, quindi, non è per niente simile a quella dei primi. Altra caratteristica del suo lavoro è la stampa in forma abbreviata, perché non ha tempo. Mette “Riv.”, ad esempio, per dire “Rivoluzione”. È stupefacente. Il libro stesso testimonia la fretta di un uomo che vuole ad ogni costo coprire l’evento, andare tanto veloce quanto la Storia.[…]La sfida di Restif, di un libro-reportage, un “libro in diretta”, mi sembra unica.

Written by francesca depalma

luglio 3, 2011 at 9:15 am

Luigi Serafini – Codex Seraphinianus

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Più che un libro, un “evento editoriale” che nessuno -appassionato, esperto, profano, critico, scribacchino, curioso che sia- può fare a meno di notare. Il Codex Seraphinianus raccoglie idee, suggestioni, percorsi che ancor prima di essere giudicati e categorizzati (come generalmente si  è abituati a fare) si lasciano osservare, contemplare senza la ricerca ansiogena di un modello razionale o formale che di solito induce il lettore a trovare una “soluzione” che permetta di decifrare il significato dell’opera: in questo caso si manifesta quella paradossale coercizione sancita da una legge non scritta ma impressa, al momento della stampa, in ogni libro che si possa definire tale. Ebbene, tutto ciò nel Codex non avviene. O meglio, si verifica in maniera diversa: la lettura diviene un’esperienza in cui il contenuto non è mediato da alcuna asperità concettuale, ritornando ad essere un momento in cui sfogliare le pagine assume un significato particolare, piuttosto che rimanere una componente ordinaria della gestualità culturale.

Senza voler scadere nella retorica, si cerca di dare un suggerimento che al tempo stesso non condizioni il lettore: infatti, il mancato riscontro di un senso compiuto, di  logicità e consequenzialità potrebbero condurre al rifiuto istintivo dell’opera.

È oppurtuno, quindi, lasciare da parte per un attimo questi parametri cartesiani, dimenticando di aver letto (molti o pochi) altri libri, dedicandosi alla visione di questo libro così come si costruiscono parole ed espressioni generate da curiose associazioni mentali.

Adriano Vulpio

Written by adrianovulpio

luglio 1, 2011 at 11:49 pm

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