Marginalia

Intorno al libro

Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Come nasceva un libro negli anni 60-70? 

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“Come nasce un libro è un vecchio filmato su pellicola, salvato dall’oblio per ricordare come si lavorava in una grande casa editrice.

In mezzo secolo, le tecnologie editoriali sono radicalmente cambiate, rivoluzionando con l’informatica figure professionali altamente specializzate.

LA SCUOLA EDITRICE, prestigiosa azienda bresciana che ha contribuito alla cultura della scuola italiana per tutto il Novecento ha chiuso un ciclo tecnologico in cui il lavoro di tante persone era al centro di un processo che oggi consideriamo contiguo a Gutenberg.

Le fasi di lavorazione illustrate nel filmato hanno un interesse storico e riguardano tecnologie legate alla composizione tipografica meccanica, alla linotype, ai processi lunghi e complessi che ormai costituiscono archeologia editoriale.

Nel secolo scorso è così che nascevano libri, enciclopedie, atlanti, antologie, riviste di didattica e aggiornamento su cui si sono formati milioni di italiani.”

fonti: www.archiviocaltari.it / Gruppo ricerca immagine

Written by francesca depalma

ottobre 1, 2012 at 6:57 pm

Giovanni Lussu, “Miele dalla rupe: considerazioni di un grafico indolente”

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[…] “3. A guardarsi intorno, si tenderebbe a catalogare la grafica corrente, la grafica delle cose facili, in due grandi depositi: da una parte le cose delle quali, se non ci fossero i grafici a farle, non si sentirebbe alcun bisogno; *4 e dall’altra quelle che potrebbero fare tutti (tutti quelli, ovviamente, interessati a farle). *5

*5 I libri! Ci sono due osservazioni da fare. La prima è che, con investimenti di tempo limitati, i redattori delle case editrici potrebbero magnificamente svolgere, con maggiore consapevolezza, le mansioni per le quali ci si rivolge ai grafici. La seconda riguarda la febbrile accelerazione che si è prodotta negli ultimi anni nel mercato librario, progressivamente arrivato a essere come tutti gli altri, da quell’isola plurisecolarmente privilegiata che era; le copertine sono quindi diventate normale packaging, come per i detersivi o i surgelati. La mercificazione spinta del libro, inoltre, implica lo strapotere dei marketing men (e women) delle reti distributive, i cui limiti e pregiudizi determinano inappellabilmente ogni scelta. Ma una terza osservazione è quella cruciale: se il potenziale lettore non è analfabeta (il che sarebbe un bel paradosso), basterebbero, ben visibili, nome dell’autore, titolo ed editore, e in quarta o sulle bandelle le informazioni essenziali. Gran parte delle copertine, anche belle copertine con bellissime illustrazioni, ha poco a che fare con quello che c’è scritto dentro, perché chi le produce raramente ha modo di leggerlo. E anche se lo leggesse (e lo capisse), ci si può chiedere perché sovrapporre un’altra interpretazione a quella del lettore, che rischia di esserne indebitamente fuorviato.

Un caso paradigmatico è quello del Giovane Holden (The Catcher in the Rye, 1951) di J.D. Salinger, pubblicato in italiano nel 1961 da Einaudi, dopo una prima apparizione nel 1952 per l’editore Gherardo Casini, Roma. La copertina Einaudi riportava un disegno di Ben Shahn, molto bello (1) Mi sono ritrovato a leggere il libro in quell’edizione, e la mia psiche adolescenziale è rimasta indelebilmente segnata dall’associazione tra Salinger e Ben Shahn. Ma in realtà tra i due non c’è alcun rapporto, e il superciliato bambino col gelato non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con il diciassettenne Holden Caulfield, il protagonista del romanzo (siamo forse vicini alla truffa, o perlomeno alla circonvenzione di incapace, che oggi potrebbe essere perseguita tramite class action alla Erin Brockovich da parte delle centinaia di migliaia di lettori?). A Salinger infatti la copertina non piacque e intimò, tramite agenti o legali, che fosse cambiata. Einaudi, per andare sul sicuro, nella successiva edizione lasciò un semplice quadrato azzurro, classicamente munariano (2). A Salinger non piacque neanche questo, e di nuovo intimò che fosse cambiato. Allora Einaudi, esasperata, uscì con un quadrato listato a lutto (3), che esprimeva il supremo dolore dell’aniconicità, a suo tempo promossa da Leone III Isaurico, il terribile iconoclasta che nella prima metà dell’VIII secolo proscrisse tutte le immagini religiose e ne prescrisse la distruzione. Ora la copertina ha solo le indicazioni tipografiche su fondo bianco. (4)

(1)      (2)      (3)       (4)

Esemplare, piaccia o non piaccia, è poi il caso della grafica senza grafici di Adelphi. Roberto Calasso, rievocando la storia della casa editrice, così scriveva ( In copertina metteremo un Beardsley, la Repubblica, 28 dicembre 2006): “Scelto il nome della collana [Biblioteca Adelphi], bisognava ora inventarne l’aspetto. Concordammo subito su che cosa volevamo evitare: il bianco e i grafici. Il bianco perché era il punto di forza della grafica Einaudi, la più bella allora in circolazione – e non solo in Italia. (leggi la continua dell’articolo qui)

[…] Di Adelphi va anche ricordata, anche questa certamente non dovuta ad alcun designer, e anche questa pensata presumibilmente per differenziarsi dal Garamond Simoncini di Einaudi, la scelta della composizione in Baskerville, che ne ha fatto per anni la casa editrice italiana di gran lunga più leggibile.”

(Tratto da Progetto Grafico, Numero 21, Edizioni Aiap, Milano, Luglio 2012; pagg. 20-21)

TRISTANO BV3140 di Nanni Balestrini

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Written by francesca depalma

luglio 24, 2012 at 10:23 am

GraphicDesign& – Page 1: Great Expectations (2012)

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Page 1: Great Expectations è un inusuale esperimento tipografico pensato per esplorare le relazioni tra grafica, tipografia e la lettura di una pagina. Prodotto per coinvolgere i curiosi letterari, Page 1: Great Expectations raccoglie le risposte di 70 graphic designers internazionali a cui è stato affidato lo stesso brief iniziale: progettare e impaginare la prima pagina del romanzo Great Expectations di Charles Dickens, un testo in parte scelto perché si riferisce direttamente al lettering in quanto Pip cerca indizi sulla propria famiglia a partire dalla forma delle lettere inscritte sulle lapidi dei suoi familiari. Il brief ha incoraggiato i 70 designer a esplorare, sfidare o celebrare le convenzioni della tipografia libraria. Ogni layout è accompagnato da una piccola spiegazione razionale delle scelte progettuali del designer. Page 1 non è solo un libro per graphic designer, rivela il potere della tipografia di influenzare e condurre il modo con cui tutti noi interpretiamo un testo.

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Written by francesca depalma

maggio 8, 2012 at 11:46 am

Ulises Carriòn, “The New Art Of Making Books” (1975)

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Cos’è un libro

Un libro è una sequenza di spazi.
Ognuno di questi spazi è percepito in un diverso momento: il libro è anche una sequenza di momenti.
Un libro non è un contenitore di parole, e nemmeno un sacco di parole, e neanche un portatore di parole.
Uno scrittore, contrariamente all’opinione popolare, non scrive libri. Uno scrittore scrive testi.
Il fatto che un testo sia contenuto in un libro, deriva solo dalle dimensioni di un certo testo; o, nel caso di una serie di testi brevi (poesie, per esempio), dal loro numero.
Un testo letterario (prosa) contenuto in un libro ignora il fatto che il libro sia una sequenza spazio-tempo autonoma.
Una serie di testi più o meno brevi (poesie o altro) distribuita attraverso un libro seguendo un ordine non particolare rivela la natura sequenziale del libro.
La rivela, o forse la sfrutta; ma non l’incorpora, non la assimila.
Il linguaggio scritto è una sequenza di segni che si espandono nello spazio; la lettura dei quali avviene in un certo tempo.
Il libro è una sequenza spazio-temporale.
I libri esistono originariamente come contenitori di testo (letterario). Ma i libri, visti come realtà autonome, possono contenere qualsiasi linguaggio (scritto), non solo linguaggio letterario, o anche un qualsiasi sistema di segni. Tra i vari tipi di linguaggi, il linguaggio letterario (la prosa e la poesia) non è quello che meglio si adatta alla natura dei libri.
Un libro può essere il contenitore accidentale di un testo, la cui struttura è irrilevante per il libro: questi sono i libri nelle librerie e nelle biblioteche.
Un libro può anche esistere in forma autonoma e autosufficiente, includendo forse un testo che enfatizzi tale forma, un testo che sia parte organica di quella forma: qui inizia la nuova arte del fare libri.
Nella vecchia arte lo scrittore si giudica come non responsabile del libro reale. Lui scrive il testo. Il resto è fatto dai servitori, dagli artigiani, dagli operai, gli altri. Nella nuova arte del fare libri scrivere il libro è solo il primo anello nella catena che va dallo scrittore al lettore. Nella nuova arte lo scrittore si assume la responsabilità dell’intero processo.
Nella vecchia arte lo scrittore scrive testi. Nella nuova arte lo scrittore fa libri.
Fare un libro è attualizzare la sua ideale sequenzialità spazio-temporale attraverso mezzi di creazione di una sequenza parallela di segni, che siano linguistici o di altro tipo. Leggi il seguito di questo post »

El Lisitskij, “Il nostro libro” (1926)

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Ogni invenzione in arte è unica, non ha sviluppo. Intorno all’invenzione con il tempo crescono diverse variazioni sullo stesso tema, talvolta più acute, talaltra più piatte; ma raramente viene raggiunta la primitiva forza. Così si procede, finché l’azione dell’opera d’arte per il lungo uso diventa automatica e meccanica, è maturo il tempo per una nuova invenzione. La cosiddetta “tecnica” è inscindibile dalla cosiddetta “artisticità”, e perciò noi non abbiamo intenzione di liberarci dalle importanti connessioni con un paio di frasi fatte.

In ogni caso Gutenberg, l’inventore del sistema dei caratteri mobili, ha stampato con questi mezzi alcuni libri che restano capolavori d’arte libraria. Quindi sono venuti alcuni secoli senza invenzioni fondamentali (fino alla fotografia) nel nostro settore. Nell’arte libraria non troviamo variazioni più o meno virtuosistiche, accompagnate dal perfezionamento tecnico delle attrezzature. […]

È da miopi pensare che solo la macchina, cioè la sostituzione dei processi manuali con processi meccanici, è importante nel mutamento di apparenza e forma delle cose. In primo luogo il mutamento è determinato con le sue esigenze dal consumatore, vale a dire dallo strato sociale che dà “l’incarico”. Oggi non si tratta più di una cerchia ristretta, di uno scarso strato superiore, ma di “tutti”, della massa.

L’idea che oggi muove la massa si chiama materialismo, ma ciò che caratterizza l’epoca è la dematerializzazione. […]  Il materiale si riduce, noi dematerializziamo, sostituiamo inerti masse di materiale con energie in tensione. Questo è il segno della nostra epoca.  Leggi il seguito di questo post »

Written by francesca depalma

marzo 22, 2012 at 2:01 pm

El Lisitskij, “Topografia nella tipografia” (1923)

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1. Le parole del foglio stampato vengono guardate, non udite.

2. Per mezzo di parole convenzionali si comunicano concetti, il concetto dev’essere configurato per mezzo di lettere.

3. Economia dell’espressione: ottica invece che fonetica.

4. La configurazione dello spazio del libro per mezzo del materiale compositivo secondo le leggi della meccanica tipografica deve corrispondere alle tensioni di trazione e di pressione del contenuto.

5. La configurazione dello spazio del libro per mezzo del materiale dei cliché che realizzano la nuova ottica. La realtà supernaturalistica dell’occhio perfezionato.

6. La sequenza continua delle pagine: il libro bioscopico.

7. Il libro nuovo esige uno scrittore nuovo. Calamaio e penna d’oca sono morti.

8. Il foglio stampato supera spazio e tempo. Il foglio stampato, l’infinità dei libri, devono essere superati. La ELETTROBIBLIOTECA.

(da Merz, n. 4, luglio 1923 – pag. 47; traduzione da El Lisitskij : pittore, architetto, tipografo, fotografo : ricordi, lettere, scritti / a cura di Sophie Lisitskij-Küppers, 1992)

Written by francesca depalma

marzo 22, 2012 at 1:18 pm

Google Ngram Viewer: what we could learn from 5 million books

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“Have you played with Google Labs’ Ngram Viewer? It’s an addicting tool that lets you search for words and ideas in a database of 5 million books from across centuries. Erez Lieberman Aiden and Jean-Baptiste Michel show us how it works, and a few of the surprising things we can learn from 500 billion words.”

let’s try google ngram viewer: this is the result searching for “future of books”.
(via www.ted.com/)

Written by francesca depalma

novembre 17, 2011 at 3:09 pm

Louis-Sébastien Mercier, “L’an 2440, Rêve s’il en fut jamais” (1771)

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restif de la bretonne

Nel filone della letteratura futuristica e utopica, fu una svolta. Non più contemporanea e lontana nello spazio, isolata in qualche luogo di fantasia, è la città ideale, dove l’uomo vive all’interno di una società perfetta. È nel futuro che si realizzerà il vero progresso dell’umanità, è nei secoli a venire che il mondo sarà un luogo migliore, più libero e giusto. O almeno è così che ci racconta Louis-Sébastien Mercier, nel primo romanzo che possiamo definire ‘ucronico’ (ambientato in un tempo che ancora non esiste), permeato dallo spirito illuminista del suo tempo.

L’an deux mille quatre-vingt quarante, Rêve s’il en fut jamais fu pubblicato per la prima volta nel 1771. Il romanzo narra di un gentiluomo parigino che, dopo aver passato una serata a discutere con un suo amico inglese delle tare e dei problemi della società francese del tempo, cade in un sonno profondo, risvegliandosi 700 anni dopo nella Parigi del futuro, di cui inizia a narrarci le novità. Fra tutte, il nostro protagonista ci narra il suo sbigottimento davanti alla biblioteca reale, luogo custode ai suoi tempi di migliaia di volumi, e nel 2440 ridotto a pochi volumi contenuti in quattro armadi, ospitati in un’enorme galleria ora totalmente vuota.

È possibile conservare tutta la conoscenza umana accumulata fin’ora in forma cartacea per i futuri abitanti della Terra? Cosa resterà dei nostri scritti e degi testi dei nostri predecessori? Quale sarà il criterio per salvare o condannare all’eterno oblio idee, pensieri, storie? Mercier, con la sua visione illuministica, ci accompagna in queste riflessioni.  Leggi il seguito di questo post »

Written by francesca depalma

ottobre 3, 2011 at 5:37 pm

Restif de la Bretonne, “Les Nuits de Paris” (1793)

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restif de la bretonne Restif de La Bretonne, pseudonimo di Nicolas-Edme Retif, visse nella Parigi della Rivoluzione Francese. Dopo i primi studi religiosi, la sua indole da ribelle e donnaiolo portò i suoi genitori a indirizzarlo verso un altro tipo di carriera: divenne così operaio tipografo presso uno stampatore. Scrisse soprattutto della sua città, di Parigi, dei suoi abitanti, dei loro vizi, di tutto ciò che poteva osservare nelle strade della Parigi rivoluzionaria.

Fra le sue varie opere,  Les Nuits de Paris (1793) è una delle più interessanti: primo (forse) esempio di libro scritto e stampato in diretta, velocemente, di notte, su qualsiasi supporto a portata di mano, per riuscire a correre dietro alla Storia. Ecco quel che Jean-Claude Carrière ci racconta a tal proposito nel libro-dialogo con Umberto Eco Non sperate di liberarvi dei libri (Bompiani, 2009):

Do un esempio del modo in cui anche un libro può seguire il movimento della Storia da vicino, piegandosi al suo ritmo. Per scrivere Le notti di Parigi, Restif de la Bretonne cammina per la capitale e descrive semplicemente ciò che vede. Ne è stato davvero testimone? I commentatori ne discutono. Restif era noto per essere un visionario, che arricchiva spesso con l’immaginazione il mondo che invece presentava come reale. […] Gli ultimi due volumi delle Notti di Parigi vengono scritti sotto la Rivoluzione. Restif non solo scrive il suo racconto di notte, ma lo rivede e lo stampa al mattino, con un torchio, nel sottosuolo. E poiché in un periodo così problematico non riesce a procurarsi la carta, raccoglie nelle strade, durante le sue passeggiate, dei manifesti e dei volantini, che fa bollire per ottenere così una pasta, seppur di pessima qualità. La carta degli ultimi due volumi, quindi, non è per niente simile a quella dei primi. Altra caratteristica del suo lavoro è la stampa in forma abbreviata, perché non ha tempo. Mette “Riv.”, ad esempio, per dire “Rivoluzione”. È stupefacente. Il libro stesso testimonia la fretta di un uomo che vuole ad ogni costo coprire l’evento, andare tanto veloce quanto la Storia.[…]La sfida di Restif, di un libro-reportage, un “libro in diretta”, mi sembra unica.

Written by francesca depalma

luglio 3, 2011 at 9:15 am